Il CEO Paolo Sangalli e il COO dell’istituto di credito, Paolo Sacco, raccontano come funziona. Tra esigenze di ottimizzazione dei costi e innovazione di processi e prodotti.

Si chiama Dock, come le banchine del porto di Genova, e segna il varo del progetto di trasformazione digitale di una banca: Carige, già Cassa Risparmio di Genova appunto. È una joint venture fra l’istituto di credito (19%) e IBM (81%) e rappresenta una delle tessere del mosaico che l’amministratore delegato Paolo Fiorentino (alle prese con un’estate particolarmente calda tra dimissioni, conti sotto osservazione e azionisti in agitazione) sta cercando di comporre per portare la banca fuori dalle secche di una stagione difficile, verso un approdo sereno.

«Il nostro compito è avviare quei processi di innovazione di cui in banca si parlava da tempo ma che per diverse ragioni non si riusciva a far partire», comincia Sangalli «Certo che l’ousourcing si fa per ottimizzare i costi ma qui c’è qualcosa di più. C’è stato un approccio intelligente da parte di Carige che ha condiviso i progetti che erano sulla carta, circa 300. Noi abbiamo dato una priorità e abbiamo proposto le nostre idee. Ne è venuto fuori una road map approvato dal consiglio d’amministrazione che sarà il nostro piano di lavori». «La partnership con IBM ha un sottostante industriale forte e rilevante», conferma Sacco. «La banca ha chiuso il primo trimestre del 2018 positivamente dopo un lungo periodo di sofferenza. Erano previsti importanti interventi di per innovare processi e prodotti ma facevamo fatica a scalare con le nostre dimensioni. Per questo ci siamo rivolti a IBM, per avere insieme a una dote di risparmio un livello superiore di competenze e capacità di trasformazione».

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EconomyUP 

10 Luglio 2018